Il primo italiano ad essersi collegato ad Internet

Intervista esclusiva Unidata a Blasco Bonito
di Paolo Bianchi

 

Neil Armstrong è celebre per un passo, quel primo passo che un uomo ha mosso sul suolo lunare il 20 luglio del 1969, quello del nostro intervistato, invece, è stato un primo click, perché Antonio “Blasco” Bonito è stato il primo italiano a collegarsi ad Internet o meglio ad Arpanet, progenitrice della Grande Rete, il 30 aprile 1986. 

L’Enciclopedia Treccani alla voce Blasco Bonito riporta: Informatico italiano (nato a Bari nel 1951). Formatosi come programmatore allo IAC-CNR di Roma, ha lavorato presso il CNUCE-CNR di Pisa, dove ha realizzato nel 1986 il primo collegamento a internet in Italia (attraverso la rete satellitare atlantica SATNET). Da quel momento in poi, le sue ricerche si sono concentrate sul nascente web: è stato responsabile dell’attivazione del dominio nazionale (.it) e dopo aver partecipato al primo incontro del RIPE (Reti IP Europee), è stato vicepresidente dell’organismo (1992-98). È considerato tra i pionieri della Rete, insieme a Luciano Lenzini e Stefano Trumpy.

 

Concede oggi questa intervista esclusiva ad Unidata, Internet Service Provider del quale per molti anni, a Carrara, Blasco Bonito è stato cliente per i servizi residenziali di Adsl e VoIP.

 

Il 30 aprile 1986 fu dunque un giorno memorabile per l’Italia. Lei era a Pisa e lì divenne il primo italiano a collegarsi a Internet. Cosa avvenne esattamente quel giorno?

Ero nella sala macchine del CNUCE dove era stato installato il Butterfly Gateway, un computer multiprocessore decisamente all’avanguardia per quei tempi, che svolgeva le funzioni di quello che oggi chiamiamo router. Un apparecchio grande come un frigorifero che aveva un Apple Macintosh come interfaccia video e tastiera. Dopo mesi dedicati a installare hardware e software seguiti da molti giorni di tentativi infruttuosi, finalmente quel giorno tutto si allineò al meglio e riuscii ad inviare un “pacchetto dati” e a ricevere una risposta positiva dal router corrispondente all’altro lato della lunga linea transatlantica, negli Stati Uniti.

Si potrebbe dire che si collegò già prima che Internet nascesse, in quanto allora non si chiamava ancora così.

Beh, per gli informatici il termine internet (con la i minuscola) indicava l’architettura di rete inventata da Robert Kahn e Vinton Cerf: una interconnessione di reti con svariate tecnologie. Una di queste reti sperimentali era la rete satellitare che collegava alcuni paesi europei con gli USA. Fu solo successivamente che Internet (con la I maiuscola) venne usato come nome della rete mondiale. Avvenne quando la NSF (National Science Foundation) americana decise che era tempo di passare dalla sperimentazione alla commercializzazione di questa tecnologia.

Un Macintosh, un segnale satellitare per attraversare l’oceano Atlantico e infine la Pennsylvania. Era emozionato nell’inviare quel ping? Aveva già la percezione della portata storica di quell’evento?

In quel momento è stata sicuramente una bella emozione, una grande soddisfazione per aver coronato gli sforzi che, tra difficoltà tecniche ma soprattutto burocratiche, avevano richiesto anni di lavoro. Ci aveva guidato l’intuizione che internet poteva essere la tecnologia adatta a creare una rete mondiale aperta e accessibile. Ma certamente non avevamo idea degli sviluppi che avrebbe avuto in tutti i campi. E fu anche molto deludente vedere che il comunicato, che pochi giorni dopo avevamo inviato alla stampa, non venne ripreso da nessun giornale.

All’epoca, in Italia e nel mondo, quanti credevano già alla Grande Rete che abbiamo oggi?

Direi quasi nessuno a parte pochi visionari. Sicuramente non ci credevano le grandi aziende informatiche che cercavano solo la propria supremazia attraverso reti proprietarie, come anche le grandi compagnie di telecomunicazione che scommettevano su tecnologie chiuse e obsolete. I “grandi” non erano lungimiranti: a loro non piaceva l’idea che non si potesse lucrare immediatamente, che la tecnologia fosse aperta e disponibile a tutti.

Cosa è stata Internet nel periodo che va dalla sua creazione fino alla nascita del World Wide Web?

Era essenzialmente uno strumento di comunicazione tra ricercatori, scienziati e accademici. Fin da subito c’era la posta elettronica, solo testuale, che ha consentito di rimpicciolire il mondo velocizzando lo scambio di idee e documenti. Un grande balzo in avanti rispetto al telefono e al fax. Poi era usato il “file transfer” per inviare contenuti digitali di vario tipo. Divenne una consuetudine avviare e far funzionare gruppi di lavoro tra colleghi sparsi nel mondo. Ad esempio si rese così possibile, restando in ambito informatico, lo sviluppo di “protocolli di comunicazione” internazionali che non dovevano passare attraverso l’approvazione dei governi e delle loro autorità di standardizzazione, ma solo attraverso la libera implementazione e positiva sperimentazione multilaterale. Citando David Clark: “We reject kings, presidents and voting. We believe in rough consensus and running code.”

Oggi si parla moltissimo di Internet sia per le sue potenzialità che per i rischi connessi. All’epoca immaginava già alcune delle potenzialità o delle minacce che sono poi diventate realtà?

Certamente ero convinto che l’uso di Internet che ne facevamo come ricercatori potesse espandersi e diventare mondiale. Ma non arrivavo certo ad immaginare che sarebbe arrivato nella tasca di chiunque con immagini e video. E non pensavo assolutamente ai rischi di intrusioni malevole. E come me la maggior parte degli sviluppatori hanno lungamente sottovalutato questi aspetti.

Potenzialità che si amplificheranno nel “prossimo mondo” dell’Internet of Things. Lei resta ottimista?

Certamente. A qualcuno potrà sembrare una tecnologia troppo invasiva, ma finché ognuno potrà avere il controllo e decidere quando essere connesso e quando no, non vedo il problema. È però necessario che ognuno abbia maggiore confidenza con gli strumenti informatici.

In questi anni quali innovazioni nell’ambito della rete Internet l’hanno maggiormente stupita?

La crescita impetuosa della velocità di connessione: oggi è normale, nei paesi sviluppati, trasmettere e ricevere Gigabit al secondo dal computer fisso di casa come dal proprio smartphone in movimento. La prima connessione italiana da Pisa era basata su una linea da 64 Kilobit. Un milione di volte più lenta.

Lei crede nell’educazione all’uso di Internet?

È indispensabile. Purtroppo scarseggiano gli insegnanti all’altezza del compito. L’evoluzione è stata troppo rapida.

Cosa ama di Internet, e cosa invece cambierebbe?

Nonostante i ripetuti tentativi dei governi di imbrigliarla e censurarla resta un luogo di libera comunicazione. Grazie alla sua struttura decentrata e sovranazionale. Anche le grandi compagnie di telecomunicazione cercano sempre il predominio attraverso servizi monopolistici. Quindi cambierei questo aspetto: rispettare la cosiddetta “net-neutrality”, una rigida suddivisione tra rete e servizi. La rete deve essere una infrastruttura pubblica, un bene comune accessibile a tutti, magari gratuito, cioè già pagato attraverso la tassazione generale.

Come immagina il futuro?

Sono sempre stato ottimista: immagino una evoluzione positiva dell’umanità anche grazie ad Internet.