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App Immuni: un flop?

Il commissario straordinario Arcuri ammette che per ora l’app non ha raggiunto i target ma servirà in autunno.

L’app Immuni “per ora non ha raggiunto i target che si immaginavano”. Ad ammetterlo è stato il commissario straordinario per l’emergenza Covid Domenico Arcuri, secondo cui “la principale ragione ha a che vedere con la fase del ciclo dell’epidemia che stiamo vivendo, che trova qualche forma comprensibile ma non condivisibile di rilassamento generale”.

Scaricata da 4 milioni di persone
L’app, ha aggiunto Arcuri, “servirà molto a partire dall’autunno”. Immuni è stata scaricata da 4 milioni di persone, circa il 10% della popolazione. L’8 giugno scorso era cominciata la sperimentazione in quattro regioni dell’app, che successivamente, dal 15 giugno, era stata resa disponibile in tutta Italia.

Il problema degli smartphone non compatibili.

Un sondaggio ha svelato che in un caso su dieci gli italiani non hanno scaricato l’app perché hanno riscontrato problemi legati al sistema operativo o al modello di smartphone. Il 44% degli intervistati ha dichiarato di non aver scaricato Immuni: di questi, più del 25% ha risposto di non averlo fatto perché “non si fida delle istituzioni” e altrettanti perché “non la ritengono utile”, mentre l’1,4% non l’ha fatto “per semplice negligenza”.

Ma come funziona l’algoritmo che calcola il rischio contagio?

É importante anche dal punto di vista tecnologico fare il possibile per ridurre al minimo il problema falsi positivi. Sappiamo che il ministero della Salute ha stabilito questi due parametri per far scattare la notifica Immuni: se lo smartphone è stato vicino allo smartphone di un contagiato per almeno 15 minuti e a meno di due metri. Entrambi i parametri devono essere soddisfatti. E com’è noto sono calcolati in base alla connessione bluetooth tra i due smartphone.

Il problema di fondo è che il bluetooth non è pensato per tracciare dispositivi a raggio, per poter dire la distanza tra loro, ma solo banalmente per metterne in comunicazione due. Anche il tempo di contatto tra i dispositivi non è registrato in modo preciso dagli smartphone, ma a scaglioni di cinque minuti. Al momento, la distanza è calcolata solo grazie al valore di attenuazione rilevato nella connessione bluetooth (in dMb). Se l’app avesse a disposizione altri dati (Wi-Fi, Gps…) potrebbe essere più precisa nel calcolo, ma a danno della privacy. Motivo che ha spinto la stessa Commissione europea a raccomandare il solo uso del bluetooth nelle app contact tracing.

Tuttavia l’attenuazione varia tantissimo, anche a parità di distanza: se l’utente tiene il cellulare in mano in un certo modo o in un altro (per esempio se copre l’antenna magari involontariamente), se lo mette nella tasca dei pantaloni; se è all’aperto o al chiuso. Persino vestiti di diversi materiali possono incidere.

Ecco quindi che l’app può calcolare tempo e distanza solo in modo approssimato, con un algoritmo probabilistico, che diventa sempre tanto più affidabile quanto più aumentano i dati disponibili, grazie all’uso dell’app da parte degli utenti. L’app può dire insomma, grazie alla sua “esperienza” fatta, che nella maggior parte dei casi un certo valore di attenuazione è associato a una certa distanza tra le persone. Il vantaggio di usare la piattaforma Apple-Google per il contact tracing è anche quello di permettere l’accesso degli sviluppatori ai parametri del bluetooth e così poter affinare l’algoritmo che calcola l’indice di rischio.



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